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martedì, Settembre 27, 2022

Epica, politica e kolossal. La Cina dichiara guerra (cinematografica) agli Usa

«Ti spiezzo in due». Ricordate la celebre frase di Ivan Drago, il pugile capitano dell’Armata Rossa con la medaglia di Eroe dell’Unione Sovietica che, in Rocky IV, era convinto di sconfiggere Rocky Balboa? Eravamo alla fine della Guerra fredda, correva l’anno 1985, e gli Stati Uniti ancora comandavano, anche al cinema, per cui alla fine Sylvester Stallone vinceva sul gigante russo.

Oggi invece, sul fronte comunista, a comandare è la Cina che dal 2020 è diventato anche il primo mercato cinematografico al mondo, sconfiggendo, neanche tanto simbolicamente, quello storico statunitense. E, come a sottolineare questa supremazia, ha iniziato anche a produrre film che cercano di riscrivere la storia, con i cattivi che indossano sempre la divisa a stelle e strisce. Tutto è iniziato esattamente quattro mesi fa con l’uscita in Cina del film di propaganda bellica The Battle at Lake Changjin, diretto a sei mani dagli specialisti Chen Kaige, Tsui Hark e Dante Lam, che, con più di 900 milioni di dollari, è diventato il maggior incasso al box office cinese di tutti i tempi, nonostante il periodo pandemico, e il secondo al mondo del 2021 dopo lo statunitense Spider-Man: No Way Home. Il film racconta l’epica storia della Battaglia del bacino di Chosin quando, nelle due settimane a cavallo di novembre/dicembre del 1950, la Repubblica popolare cinese decise di entrare nella Guerra di Corea cogliendo di sorpresa il X Corpo statunitense.

Il film, in due ore e 56 minuti, mette in scena l’eroismo dei Volontari del popolo cinese con grandi scene di combattimento, frutto in particolare dell’esperienza di Tsui Hark, prendendosi il merito di aver ricacciato gli americani e le forze delle Nazioni unite a Sud del 38° parallelo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno sempre sottolineato come siano riusciti a salvare il X Corpo dalla distruzione, grazie alla più grande evacuazione della loro storia militare. I numeri parlano di circa 50mila morti da parte cinese e di 18mila da parte statunitense. Un’ecatombe.

Ora in Cina, a tempo di record, è da poco uscito il sequel, intitolato Watergate Bridge, sempre diretto dai tre Re Mida del cinema cinese e interpretato da grandi star come Wu Jing e Jackson Yee, che ha già raggiunto un incasso di mezzo miliardo di dollari. Il secondo capitolo di The Battle at Lake Changjin ruota sempre attorno ai soldati dei Volontari del popolo cinese, ora attestati su un ponte cruciale sulla rotta della ritirata delle truppe statunitensi. I cattivi sono sempre i soldati a stelle e strisce mentre gli eroi, manco a dirlo, i cinesi.

Più di 70 anni dopo la storia viene riproposta in chiave nazionalistica e di propaganda dal Partito comunista che ha voluto fortemente il film, approvando pure un nuovo piano cinematografico quinquennale che prevede la produzione di dieci film popolari l’anno sul modello di The Battle at Lake Changjin, l’espansione degli schermi che, entro il 2025, dagli attuali 77mila passeranno a più di 100mila e il contenimento del cinema straniero in chiave autarchica. Non è un caso che in Cina non siano usciti blockbuster come Black Widow, Eternals, Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Space Jam 2, Venom 2 e Spider-Man: No Way Home.

E infatti, sempre sulla Guerra di Corea, l’1 febbraio è uscito Sharpshooter diretto, insieme alla figlia Zhang Mo, da Zhang Yimou, il regista del celebre Lanterne rosse e del bellissimo One Second, ancora nelle sale italiane (ma anche della recente cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino), incentrato sulla storia del cecchino ventiduenne Zhang Dagong che ha ucciso o ferito 214 soldati americani in 32 giorni usando 432 colpi. A modo suo un (triste) record.

Sembrerebbe dunque che ancora oggi la cinematografia sia l’arma (di propaganda) più forte, come amava ripetere Mussolini. Così chi di film ferisce – come in American Sniper di Clint Eastwood dove è un cecchino statunitense a dare la caccia a uno iracheno – di film perisce, in questa versione di propaganda comunista piena di effetti digitali con i proiettili del cecchino cinese seguiti passo passo al rallentatore finché non centrano, sempre esattamente in mezzo alla fronte, il povero malcapitato soldato statunitense di turno. La sensazione è che la Cina ci stia proprio prendendo gusto a bullizzare gli Stati Uniti.

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