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martedì, Settembre 27, 2022

Nel mistero della natura si coglie l’assoluto

Valentina D’Amaro mi aspetta ai tornelli della fermata Gorla della MM1 milanese per condurmi a casa sua, in una traversa di viale Monza, periferia nord-est di Milano, a due passi dal naviglio della Martesana. È una di quelle vecchie case di ringhiera oggi ristrutturate, il suo studio è qui, ultima e più ampia stanza dell’appartamento. Le pareti sono dipinte di bianco, c’è un grande divano pure lui pressoché bianco, a terra un tappeto chiaro e morbido, consumato, al centro del quale mi aspetta un cavalletto vuoto. La finestra è spalancata sul cielo del pomeriggio, sbiancato da nuvole sottili che fanno velo all’azzurro. La luce è intensa. Alle pareti sono appese alcune piccole tele, ma la maggior parte dei quadri, i più grandi, è appoggiata alle pareti rivolta al muro, così che posso vederne solo il telaio e il retro bianco. L’impressione che mi dà questo studio è di ordine, raccoglimento, soprattutto candore. Anche Valentina D’Amaro porta una maglietta bianca e pantaloni bianchi. I suoi capelli biondi sono fermati da un cerchietto e sono raccolti sulla nuca.

Anni fa, quando ebbi occasione di andare a farle visita in studio, il suo spazio era un grande capannone in questa stessa zona, una sistemazione tipica per l’artista di successo. Diminuzione, e concentrazione, sono i termini che mi vengono in mente oggi, mentre, seduto sul divano della nuova stanza-studio, la pittrice mi racconta di sé. Per motivi legati alla salute dei genitori, mi dice, ora trascorre buona parte del tempo nella zona dov’è nata, il nord della Toscana, e passa raramente da Milano. Non le pesa, però, se parliamo della sua attività di artista. Dipinge qui, nell’appartamento, e anche là. Soprattutto, ciò che non le pesa, e che anzi la fa stare meglio, è l’allontanamento dalla frenesia tipicamente milanese delle inaugurazioni, degli eventi, degli incontri, del tenere i contatti e del farsi vedere. È una vita che alimenta negli artisti l’ansia che il mondo dimentichi la loro esistenza, il rovello dell’attesa che il proprio nome appaia, il convincimento che questa sia la condizione necessaria per lavorare. Anche sui social di Valentina D’Amaro si avverte questa diminuzione, questo ritorno a sé. Il suo sito è aggiornato a prima del Covid. Nella sua pagina Instagram le ultime immagini risalgono al gennaio 2022. Intanto mi ha fatto accomodare al centro del divano e davanti a me, sul cavalletto, sono passate un paio di opere di cui mi ha spiegato origine e natura. Di colpo s’interrompe, come se temesse di aver commesso una terribile scortesia. «Non ti ho chiesto la cosa più importante. Cosa posso offrirti da bere?» In effetti il caldo oggi è spaventoso. «In frigo ho acqua naturale, acqua frizzante. Ho anche dei succhi di frutta». Ma niente alcolici, Valentina D’Amaro è astemia. È vegetariana. È attenta al rispetto della sensibilità mia e, mi verrebbe da dire, di quella dell’intero mondo. Quando parla è come se le parole le macinasse a fatica da un contenitore di frasi più lunghe e contorte. Dalla sua bocca escono solo poche parole di una grana misuratissima, appropriate, necessarie. «Va bene dell’acqua frizzante» le rispondo. «Fresca? O temperatura ambiente?».

Valentina D’Amaro dipinge per serie. Per molti anni, quelli che l’hanno portata alla notorietà, al Premio Cairo nel 2005, all’inclusione nel 2016 nella rassegna internazionale di Phaidon Vitamin P3 New Perspective In Painting, Valentina D’Amaro è stata la pittrice del verde. Le serie verdi erano Switzerland e Landscapes. Si trattava, come per tutto il suo lavoro, di paesaggi. Fotografava scorci montani svizzeri, oppure la campagna lombarda, rielaborava le immagini con photoshop mutando i colori, come mi spiega ora in dettaglio, cercando di tirar fuori la visione mentale che il paesaggio le aveva suscitato, e poi dipingeva quella nuova immagine a olio su tela. Gran parte di quei quadri era estremamente dettagliata, quasi iperrealista, ma c’erano anche campiture piatte, intensissime, irreali, che portavano nell’opera l’astrattismo. Il colore dominante, in molti casi l’unico, era appunto il verde. A partire dal 2015, a quella serie si è affiancata Vespro. Oggi, togliendo e rimettendo opere una dopo l’altra sul cavalletto, nella rassegna-spettacolo organizzata per me, D’Amaro mi spiega che in Vespro ha cercato di portare alla luce le visioni più oscure e romantiche che le suscita il paesaggio italiano, prealpi e lago Maggiore in particolare. Le prime opere di Vespro erano piccoli quadri che raffiguravano il lago e le sue ville dopo il tramonto, quando l’oscurità sta per diventare definitiva, con prevalenza di tonalità blu e verde scurissimo. In questa serie, come in Switzerland e Landscapes, i paesaggi erano però ben lontani dall’imitazione della natura, piuttosto avevano una componente metafisica, che comunicava attesa, sospensione, enigma. Ce lo diciamo mentre le tele di Vespro mi scorrono davanti agli occhi. E conveniamo che però non sono mai inquietanti. È come se l’attesa dovesse portare alla serenità, come se la soluzione dell’enigma fosse benevola. Poi mi mostra le grandi tele della serie più recente, Viridis. «In questa serie vedi qualcosa di diverso?» Come no. «Il senso di mistero è più forte» dico. «La struttura del paesaggio sembra fatta per accentuarlo. C’è sempre una piega, una valle che s’incurva, un crinale che nasconde un dietro, un oltre». D’Amaro annuisce, «C’è una promessa di assoluto» macina con timidezza. Ecco. Poi mi dice anche che questi paesaggi, dominati da grandi montagne, non vengono da foto prese in Svizzera o in Lombardia. «Ho fatto un viaggio in India. Questa è l’Himalaya». I colori e la tecnica sono sempre i suoi, grandi campiture verdi, luce blu scuro, ma questo senso ulteriore di profondità (o rivelazione, o assoluto, o anche semplicemente suspance) si sente eccome. «Sai» macina ancora, con ritrosia. «È un cambiamento che corrisponde a un mio cambiamento. Di prospettiva. Di senso». Quale sia, non me lo dice, e io non glielo chiedo. È evidente che è personale, intimo, ed è giusto non indagarlo, certamente non nell’ambito di una visita che racconterò su un quotidiano. Intanto i quadri, meravigliosi, continuano. Alcuni sono enormi. Per il più grande devo aiutare l’artista a spostarlo e ruotarlo per metterlo a cavalletto senza che urti il lampadario. È l’ultimo Viridis (Himalaya) e anche la studio visit è terminata. Ma è presto, e finiamo a chiacchierare ancora un po’, davanti a un aperitivo, in un locale affacciato sulla Martesana. Qui, nella confidenza delle chiacchiere tra amici, il suo cambiamento me lo racconta per intero. Per rispetto, va mantenuto privato. Ma tutto torna: la diminuzione, il raccoglimento, il mistero, l’assoluto. E sì, persino l’Himalaya.

Zaira Ritrovato, alba >

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